PostHeaderIcon Il licenziamento disciplinare dei dirigenti e l’eterno ritorno degli uguali (Nota a Cass. 17 gennaio 2011, n. 897)

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Con la sentenza del 17 gennaio 2011, n. 897, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla vexata quaestio dei requisiti procedimentali da rispettare in caso di licenziamento di un dirigente.

Com’è noto, la tesi originariamente fatta propria dalle Sezioni Unite con pronuncia n. 6041 del 1995, si basa su una distinzione esistente, di fatto, tra dirigenti e dirigenti.

Così, secondo la Cassazione, per la figura del dirigente propriamente detto, ossia colui che «si colloca al vertice della organizzazione aziendale, svolgendo funzioni tali da improntare la vita dell'azienda, con scelte di respiro globale, in rapporto di collaborazione fiduciaria con il datore di lavoro, del quale è l’alter ego» non sono applicabili le garanzie di cui all’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori (quali, in particolare, la previa contestazione scritta degli addebiti, la concessione di un termine a difesa per la presentazione delle proprie controdeduzioni, e la possibilità di richiedere l’audizione orale).

Di converso, tale esclusione "vale" e non riguarda i c.d. pseudo-dirigenti o dirigente meramente convenzionali; ossia coloro che, pur godendo dei vantaggi e del prestigio connesso alla status, in concreto non svolgono mansioni aventi le caratteristiche proprie del rapporto propriamente dirigenziale.

A questa originale posizione del Supremo Collegio ha fatto da contraltare, nel 2007, un nuovo orientamento, meno propenso all’argomentazione tipologica.

Con la sentenza 30 marzo 2007, n. 7880, infatti, le Sezioni Unite hanno affermato che non si può frammentare la categoria dei dirigenti, esimendo il datore di lavoro dall'osservanza dell'obbligo di contestazione degli addebiti nei confronti dei "dirigenti apicali". Occorre invece «condividere la tesi favorevole ad estendere a tutti coloro che rivestono la qualifica di dirigenti in ragione della rilevanza dei compiti assegnati dal datore di lavoro - e quindi senza distinzione alcuna tra "top manager" ed altri (dirigenti cd. medi o minori) appartenenti alla stessa categoria - l'iter procedimentale previsto dalla L. n. 300 del 1970, art. 7».

È a questa, più recente, giurisprudenza che si rifà la pronuncia in commento, ove ammette che:

«Le garanzie procedimentali dettate dalla L. n. 300 del 1970, art. 7, commi 2 e 3, devono trovare applicazione nell'ipotesi di licenziamento di un dirigente - a prescindere dalla specifica collocazione che lo stesso assume nell'impresa - sia se il datore di lavoro addebiti al dirigente stesso un comportamento negligente (o in senso lato colpevole) sia se a base del detto recesso ponga, comunque, condotte suscettibili di farne venir meno la fiducia».

Quanto, invece, alle conseguenze scaturenti dell’accertata illegittimità del recesso, ubi commoda ibi et incommoda:

«Dalla violazione di dette garanzie, che si traduce in una non valicabilità delle condotte causative del recesso, scaturisce l'applicazione delle conseguenze fissate dalla contrattazione collettiva di categoria per il licenziamento privo di giustificazione, non potendosi per motivi, oltre che giuridici, logico-sistematici assegnare all'inosservanza delle garanzie procedimentali effetti differenti da quelli che la stessa contrattazione fa scaturire dall'accertamento della sussistenza dell'illecito disciplinare o di fatti in altro modo giustificativi del recesso».

 

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