PostHeaderIcon Demansionamento professionale in peius: è sempre necessaria la prova del danno (Trib. di Trento, 18 gennaio 2011)

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Il mutamento di mansioni in peius si esplica, secondo la recente sentenza del Tribunale di Trento, sez. lavoro,  del 18/01/2011, nella riduzione di compiti di assegnazione, nonché nella perdurante inattività, che rileva altresì come mobbing, ben potendo prescindere da una modifica in senso formale dell’inquadramento contrattuale nonché della retribuzione.

Tuttavia è ormai orientamento consolidato che il danno non discenda automaticamente dal comportamento illecito del datore.

E’ necessaria l’allegazione in concreto delle aspettative conseguibili dal lavoratore che dovranno essere vagliate nel giudizio di merito. In tal senso si pronuncia la Cassazione nella sent. n. 6572/2006.

Ne può discendere un danno alla personalità, quindi  danno alla vita di relazione, compromissione della capacità di concorrere nei rapporti sociali ed economici; un danno biologico come danno alla salute; un danno professionale o definito da mortificazione professionale.

Quindi al lavoratore che contesti il demansionamento è sempre assicurata la rimozione degli effetti della dequalificazione, mentre il risarcimento non è automatico in quanto egli potrebbe il più delle volte vedersi soddisfatto nella corresponsione della retribuzione senza ulteriori pregiudizi.

La lesione e la gravità del danno devono essere provate con tutti i mezzi, anche presuntivi perché i diritti del lavoratore vanno individuati caso per caso dal giudice, così sent. Cass. n. 4063/2010.

Recentissimamente è sempre la Cassazione a ribadire nella sent. n. 5237/2011 che per i danni non patrimoniali il diritto deve essere inciso oltre una certa soglia minima, cagionando un pregiudizio serio da essere meritevole di tutela in un sistema che impone un grado minimo di tolleranza.

Il lavoratore vanta il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro ex art 36 Cost., nonché il diritto a non vedersi compromesso il bagaglio di esperienze e competenze acquisite.

E’ questa la ratio dell’art 2103 c.c., come modificato dall’art 13 dello Statuto dei Lavoratori, che vincola il mutamento orizzontale all’equivalenza di mansioni.

Il divieto di mutamento in peius si estende alla retribuzione che è irriducibile salvo elementi non correlati alla qualità del patrimonio professionale del lavoratore ma solo alla concreta modalità di svolgimento della prestazione.

Sono nulli i patti contrari, fatta eccezione dei casi in cui il demansionamento sia l’unica soluzione per soddisfare l’altrettanto importante aspirazione del lavoratore alla conservazione del posto di lavoro; si consideri il caso di una lavoratrice madre, di un lavoratore disabile, di mansioni inerenti attività pericolose, nonché l’ipotesi di riorganizzazione aziendale in cui il demansionamento è l’unica alternativa al licenziamento per riduzione del personale.

In questo caso il prestatore che contesti la legittimità del patto dovrà sopportare le conseguenze dell’inevitabile licenziamento senza possibilità di ripensamento, così l’ordinanza della Cassazione n. 3968/2011.

Il mutamento orizzontale consente al datore di perseguire il suo programma imprenditoriale in modo che l’oggetto del contratto sia funzionale alla realizzazione del proprio interesse.

Qualora il mutamento orizzontale sia legittimo il lavoratore non potrà rifiutarsi di adempiere all’obbligazione in quanto risulterebbe una reazione sproporzionata.

Sempre per il principio di tolleranza una scelta organizzativa aziendale non può essere sindacata se non incide il lavoratore nelle sue immediate esigenze vitali (si veda sent. Cass. n. 2153/2011).

 

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