PostHeaderIcon I diritti del lavoratore, a quali si può legittimamente rinunciare?

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Nello svolgimento del rapporto di lavoro può verificarsi il caso in cui il datore chieda al lavoratore per esigenze contingenti il sacrificio di diritti riconosciuti dalla legge o dal contratto collettivo.

Questa richiesta può essere legittimamente rifiutata dal lavoratore, pur tuttavia è innegabile che, data la posizione di soggezione, questi si presti a modifiche svantaggiose dell’assetto dei suoi interessi per conservare il posto di lavoro.

Ecco perché la legge prevede che le rinunce e le transazioni in diritto del lavoro abbiano un regime particolare inteso come inderogabilità unilaterale della disciplina del rapporto ex art 2113 c.c., principio posto a presidio dell’interesse della collettività dei lavoratori, e indisponibilità relativa dei diritti, regola posta a presidio dell’interesse del singolo.

Il che significa che le rinunce e le transazioni accordate nel corso del rapporto o al termine di questo sono annullabili dal lavoratore entro sei mesi dalla data di cessazione del rapporto o, nel secondo caso, dalla data di sottoscrizione con qualsiasi atto. In tal modo si dà luogo a una sorta di revoca o annullamento con la possibilità da parte del prestatore di far rivivere quei diritti cui a suo tempo ha rinunciato.

Questo limite alla libertà di dismissione di proprie posizioni giuridiche inerisce i soli diritti patrimoniali, quindi diritti di natura retributiva e risarcitoria derivanti dalla lesione di diritti fondamentali della persona (salute, riposo, ferie, previdenza e assistenza).

Questi ultimi, invece, quali diritti primari sono assolutamente indisponibili per cui un’ eventuale rinuncia in merito a essi sarebbe assoggettata al regime della nullità ex 1418 c.c..

Allo stesso regime sono assoggettate le rinunce a diritti non ancora entrati a far parte della sfera giuridica del lavoratore, quale ad esempio il diritto di precedenza in caso di licenziamento, il diritto all’impugnativa del licenziamento, ecc.

Diritto irrinunciabile è quello riguardante il versamento dei contributi non prescritti sia perché diritto futuro, sia perchè a norma dell’ art 38 Cost e art 2116 c.c. il rapporto assicurativo di cui titolare è l’Inps ha natura pubblicistica.

Mentre nella disciplina comune è stata avanzata la possibilità di una rinuncia a un diritto futuro applicando in via analogica l’art 1348 c.c.- deducibilità nel contratto di prestazione di cose future-, richiedendo quindi come requisito per la legittimità di tale atto unilaterale la determinatezza della situazione soggettiva cui si abdica, in diritto del lavoro dottrina e giurisprudenza hanno concordemente escluso tale possibilità.

Il rapporto di lavoro è costituito da una pluralità di rapporti obbligatori sottoposti distintamente a una norma inderogabile.

Una rinuncia preventiva a un diritto non inciderebbe sulle utilità future del lavoratore  ma proprio su quel prisma indicato prima come inderogabilità della disciplina giuslavorista.

Il legislatore tuttavia esonera da questa disciplina gli  atti dismissivi prestati in sede di conciliazione sindacale o amministrativa.

Il consenso del lavoratore che si presume non libero nel momento in cui abdica a un suo diritto diventa volontà piena in quanto assistita da un terzo.

Occorre garantire la piena conoscenza e consapevolezza dell’atto, l’esatta cognizione dei diritti cui il lavoratore rinuncia.

Pertanto le quietanze a saldo sono ritenute semplici atti ricognitivi, perché troppo generiche; in maniera assoluta sono irrilevanti comportamenti di accettazione tacita.

Il silenzio del lavoratore non si presta a essere considerato concludente, allo stesso modo la tolleranza e l’acquiescenza in quanto si configurerebbe una modifica unilaterale in peius della disciplina.

Il diritto alle ferie, il diritto ad aumenti contrattuali, il diritto all’integrità contributiva sono diritti di cui il lavoratore non può disporre, diritti  che per la loro natura non possono essere limitati in alcun modo.

Tutte le altre pretese datoriali che penalizzano l’assetto di interessi del prestatore sul piano patrimoniale e risarcitorio se pur accettate dal lavoratore possono essere invalidate nel termine decadenziale, eccetto si rilevi l’animus rinunciandi da un atto completo, chiaro, con esatta indicazione dei diritti cui si rinuncia, atto concordato in sede conciliativa con intervento di un terzo in veste pubblica.

 

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