PostHeaderIcon Il lavoro familiare tra gratuità e onerosità

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La Corte di Cassazione, con sentenza n. 9043/2011 ha ripreso il tema della prestazione di lavoro in ambito familiare, già da ultimo esplicato nella sentenza del 2 agosto 2010 n. 17992.

Per superare la presunzione di gratuità, tipica del lavoro svolto da un familiare nell’azienda, il rapporto di lavoro subordinato va palesato in maniera rigorosa, nel senso che è necessaria la prova degli elementi costitutivi e di svolgimento del rapporto di lavoro subordinato.

In particolar modo vanno dimostrati i requisiti indefettibili della subordinazione e  della onerosità (Cass. 19 maggio 2003, n. 7845).

La Suprema Corte ritiene che nell’ambito dell’impresa familiare, anche laddove “non operi presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese tra persone legate da vincoli di parentela o affinità, la parte che faccia valere diritti derivanti dal rapporto lavorativo ha comunque l’obbligo di dimostrarne gli effetti costitutivi, con particolare riferimento a quelli inerenti l’onerosità e la subordinazione”.

Di fatto, ove la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative viene meno fra persone legate da vincoli di parentela o affinità per l’accertato difetto della convivenza degli interessati, non opera una presunzione dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato.

Pertanto, la parte che faccia valere diritti derivanti da tale rapporto ha comunque l’obbligo di dimostrare, con prova precisa e rigorosa, l’esistenza di tutti gli elementi costitutivi, in particolare, i requisiti di subordinazione e onerosità.

La giurisprudenza ritiene inoltre ravvisabile l’istituto del lavoro subordinato quando vi sia un’espressa pattuizione in tal senso.

La partecipazione del lavoratore all’interesse per il quale viene svolta la prestazione di lavoro comporta di regola l’esclusione dell’elemento della dipendenza, questo il discrimen tra lavoro partecipativo e lavoro subordinato.

Infatti in un contesto familiare il cui è l’affetto e la benevolenza a muovere le attività del coniuge, dei parenti entro il terzo grado e degli affini entro il secondo il diritto di famiglia ha fino alla riforma del 1975 ritenuto il lavoro prestato come gratuito.

Il 230 bis c.c. introdotto dalla novella ha cercato di normare un ambito in cui la prestazione lavorativa vada al di là della gratuità derivante dal vincolo affettivo.

Il familiare che presta in modo continuativo la sua attività ha diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipa agli utili dell’impresa e ai beni acquistati nonché agli incrementi anche in ordine all’avviamento in proporzione alla quantità e qualità del lavoro fornito.

E’ da ritenersi collaborazione un contributo continuativo e non occasionale pur potendo l’attività non costituire l’unico impegno del soggetto.

Inoltre le prestazioni rese sono considerate collaborazioni prive di tutela previdenziale, ma hanno piena tutela assicurativa.

L’articolo conferma che è possibile stipulare un apposito contratto di lavoro subordinato o autonomo.

Qualora manchino l’eterodirezione e la remunerazione si è di fronte al tipo del lavoro familiare.

Proprio per questo il 230 bis c.c. sancisce il principio della normale onerosità delle prestazioni di lavoro nella sfera familiare e ha una forte valenza protettiva a maggior ragione quando sancisce l’equiparazione tra lavoro femminile e maschile.

Introduce una soglia di tutela minima in tale ambito assicurando una forma di cogestione e di cointeresse al buon andamento dell’attività in funzione anche lucrativa come partecipazione agli utili.

 

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