PostHeaderIcon Cassa integrazione e prestazione di altra attività lavorativa - messaggio INPS del 5 agosto 2011, n. 16045

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L’INPS, con messaggio del 5 agosto 2011 n. 16045, precisa la natura del diritto all’integrazione salariale nel caso di temporanea sospensione dell’attività lavorativa.

La cassa integrazione guadagni consiste nell’integrazione di una percentuale della retribuzione a favore del lavoratore subordinato il cui rapporto di lavoro se pur in vigore risulti sospeso in relazione allo scambio delle prestazioni che ne costituiscono il contenuto tipico in conseguenza della temporanea interruzione dell’attività d’impresa per cause non imputabili alla volontà delle parti e in funzione della preservazione del rapporto di lavoro.

La cassa integrazione ha lo scopo di garantire la continuità della retribuzione e quindi funge da ammortizzatore sociale per far sì che una crisi aziendale piuttosto che una temporanea situazione di difficoltà del mercato non gravino sul lavoratore.

Il trattamento economico è a carico dell’Inps ma è anticipato dal datore di lavoro  al termine di ciascun periodo di paga. L’integrazione salariale presuppone la persistenza del rapporto di lavoro.

Essendo una misura a sostegno del reddito qualora il dipendente sia in condizione di percepire da altra fonte i mezzi di sostentamento è doveroso che non gravi sulla collettività. Pertanto l’integrazione viene sospesa nel caso di occupazione remunerata (autonoma o subordinata) mentre è incompatibile con altra occupazione stabile.

Durante il periodo di godimento della Cig è concesso ai lavoratori che fruiscono dell’integrazione salariale di prestare la propria attività lavorativa ai sensi del D.L. 86/1988, come modificato dalla legge 160/1988. I lavoratori che in tale periodo si dedichino a prestazioni di lavoro presso altri datori non hanno diritto a percepire il trattamento per le giornate lavorate. Suddetto trattamento è sospeso e riprende ad avere efficacia all’esaurimento delle attività suddette. Tuttavia affinché il lavoratore conservi tale diritto è necessario che questi provveda a informare preventivamente l’Inps.

Oltre al divieto di cumulo tra l’integrazione salariale e le retribuzioni da altro rapporto la legge quindi pone l’obbligo della comunicazione all’Inps, oltremodo l’Inps con la circolare 171/1988 ha precisato che il lavoratore provveda a ottenere il preventivo consenso del datore al fine di salvaguardare il rapporto intercorrente con lo stesso.

Non si configura un’ assoluta incompatibilità ma piuttosto un’incumulabilità che varia a seconda del tipo di attività e dell’ammontare dei redditi.

Qualora dal nuovo rapporto  a tempo pieno si percepisca una retribuzione inferiore va riconosciuta una quota differenziale dell’integrazione salariale, qualora il rapporto è a tempo parziale e non coincida temporalmente con l’attività rimasta sospesa non opererà l’incumulabilità, infine in caso di lavoro autonomo -vista l’insuscettibilità per natura di una precisa quantificazione e collocazione temporale- l’incumulabilità dei proventi va applicata fino a concorrenza dell’importo dell’integrazione salariale.

Alla luce del recente intervento dell’Inps la posizione del lavoratore è configurabile come un diritto soggettivo piuttosto che come un interesse legittimo.

In particolare la decadenza dalla prestazione economica dell’ente previdenziale a norma dell’art 8 della l. 160/1988 potrà essere impugnata innanzi al giudice ordinario per la verifica del diritto.

Si argomenta che si è di fronte a una discrezionalità di mero carattere tecnico in quanto il diniego dell’integrazione è la sanzione che l’ente appresta per la violazione della normativa in materia di cassa integrazione. Non sussiste un potere discrezionale.

Conseguenza ulteriore è che in applicazione dei principi informatori del rapporto tra pubblica amministrazione e cittadino- quali quello dell’azionabilità dei diritti e della trasparenza- la facoltà del ricorso al giudice ordinario va indicata nella comunicazione di decadenza.

 

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