Esposto all'Ordine degli Avvocati e il reato di diffamazione

Montesquieu sarebbe di certo amareggiato dinnanzi all’Italia di oggi, dal momento che uno dei pilastri che sostengono la democrazia sta vergognosamente vacillando.

La giustizia oramai è divenuta oggetto di discussione nei salotti dei programmi televisivi, molti avvocati invece di assumere le funzioni di difensore si dilettano a gustare i loro quindici minuti di celebrità e le fonti di prova sono sempre più facilmente reperibili tra le pagine dei quotidiani.

Le cifre in cui periodicamente la giustizia italiana viene tradotta, non si limitano a indicare l’insufficienza delle risorse umane e finanziarie rispetto ai carichi di lavoro, ma anche che la coscienza sociale ormai diffusasi è arresa dinanzi al diffondersi di gratuite volgarità.

Le persone sono diventate sempre più intolleranti verso il prossimo, tutti vanno di fretta e dritti per la propria strada: è sufficiente aprire alcuni dei numerosi fascicoli che affollano gli scaffali delle Procure per rendersi conto che la maggior parte delle cause intentate dai cittadini è per i reati di cui agli artt. 594 e 595 c.p. (ingiuria e diffamazione).

La stessa domanda di giustizia è, inoltre, inflazionata dagli stessi avvocati, ogni qualvolta lamentino un’offesa al proprio prestigio e decoro professionale derivante dall’invio di una missiva al competente Consiglio dell’Ordine da parte dei propri clienti: e credetemi, durante questa mia esperienza da vice procuratore onorario me ne sono capitati diversi.

L’interrogativo sulla correttezza professionale dei legali non può comportare, in maniera automatica, una reazione punitiva dello Stato, dal momento che è compito del giudice verificare se si tratti dell’esplicazione del diritto di critica costituzionalmente riconosciuto dall’art. 21 Cost., da ritenersi prevalente rispetto al bene della dignità personale.

Al cliente, in qualità di parte del contratto di prestazione d’opera professionale intellettuale (artt. 2222 e ss. cc.), spetta un diritto di critica e di dissenso in merito alla prestazione eseguita dal difensore tecnico, nell’osservanza del limite della continenza, il quale viene in considerazione non solo sotto l'aspetto della correttezza formale dell'esposizione, ma anche sotto il profilo sostanziale consistente nel non eccedere i limiti di quanto strettamente necessario per l'appagamento diritto di critica e dissenso (Cass. 15/01/2002, n. 370).

Pertanto non integra il reato di diffamazione l’esposto presentato al competente Ordine di sorveglianza al solo fine di segnalare il comportamento deontologicamente scorretto del proprio avvocato, se in base alla ricostruzione-storica dei fatti, alla valutazione del contenuto degli scritti, all'apprezzamento in concreto delle espressioni usate come non lesive dell'altrui reputazione, è applicabile l’esimente di cui all’art. 51 c.p.

dott.ssa Michela Bigonzoni, vice procuratore onorario