ThyssenKrupp e la responsabilità per morte dei lavoratori. Una condanna esemplare?

Il 15 aprile 2011 la ThyssenKrupp, la nota multinazionale dell'acciaio tedesca, viene condannata dalla Corte di Assise di Torino con una sentenza a detta dei più storica, esemplare, frutto anche del forte impatto mediatico della vicenda.

Nel 2007 muoiono sette operai a causa di un incendio su una delle linee dell’acciaieria. Oggi a distanza di  4 anni l’amministratore delegato deve rispondere di omicidio a titolo di dolo eventuale e non di colpa.

E’ questo il primo caso in cui la morte di un lavoratore è attribuita al datore non per inosservanza di specifiche norme di legge, ma come accettata come possibile rischio.

In altre parole il datore pur prospettandosi il pericolo che sarebbe derivato ai suoi subalterni dalla sua attività ha posto in essere egualmente la condotta, nel caso di specie l’amministratore ha scelto di posticipare un intervento in tema di sicurezza nonostante gli fosse stato presentato come necessario.

Già il 24 marzo 2002 la Thyssen era finita sotto i riflettori per un altro incendio fortunatamente senza feriti e la Corte di Cassazione con sent. 4123/2009 Sez. IV aveva contestato al Presidente del comitato esecutivo e titolare delle deleghe in materia di sicurezza di aver colposamente dato causa  all’incendio per aver omesso di individuare le misure di prevenzione.

Nonostante ci si trovi di fronte a aziende di grandi dimensioni è comunque il datore- in questo caso l’amministratore, essendo una persona giuridica,- ritenuto responsabile in quanto il rischio si riconnette a scelte di politica aziendale e a carenze strutturali rispetto alle quali nessuna capacità di intervento è realisticamente attribuibile al responsabile della sicurezza.

La base della responsabilità è il potere decisionale: l’obbligo di valutare il rischio è sempre del datore e non può essere delegato.

Premesso che è da escludersi una responsabilità oggettiva in capo all’organo di vertice rispetto a situazioni ragionevolmente non prevedibili nel caso l’apparato organizzativo preveda una dislocazione del controllo, resta ferma la posizione di garanzia che ex lege è attribuita sempre al datore di lavoro.

L’art 2087 c.c. impone la tutela dell’incolumità del lavoratore; ove il datore non ottemperi l’evento lesivo gli viene comunque addebitato ai sensi dell’art 40 c.p., eccetto il caso di dolo o rischio elettivo del lavoratore.

Il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio sia quando ometta di adottare misure preventive sia quando non accerti e vigili che quelle misure siano effettivamente attuate dal lavoratore (Corte Cass. Sez. Pen. 46747/2009).

Il datore deve positivamente attivarsi per organizzare il lavoro in modo sicuro altresì assicurando l’adozione da parte del lavoratore delle doverose misure tecniche per ridurre i rischi.

Proprio per render più stringente questa previsione la l. 125/2008 ha inasprito le pene prevedendo la reclusione da 2 a 7 anni per omicidio colposo dovuto a violazione di norme di prevenzione degli infortuni.

Va sottolineato che l’eventuale concorso di colpa del lavoratore non ha effetto esimente (così da ultima Corte  Cass. sez. Penale 4917/2010) in quanto il diritto alla salute è un diritto fondamentale e non può ammettere eccezioni.

Ed è proprio questo il punto nevralgico del tema: la pronuncia della Corte d’Assise di Torino è importante in quanto sottolinea come è impensabile che un uomo debba perdere la vita svolgendo il suo lavoro, è un prezzo troppo alto in un Paese come il nostro dove le morti bianche sono ancora troppe.

Certo molti possono ritenere tale condanna che si accompagna a una gravosa responsabilità civile dell’azienda (pagamento di 1 milione di euro di sanzione, confisca di 800 mila euro, ecc.)  sproporzionata soprattutto nell’ottica di un freno per i capitali esteri di investimento; tuttavia non è parimenti sproporzionato perdere vite umane per risparmiare in tema di sicurezza?