Qual è la ratio della cassa integrazione straordinaria?

Il nostro ordinamento è incentrato su un modello di welfare che appronta alla luce dei principi solidaristici della Carta costituzionale varie forme di tutela tra cui il sistema degli ammortizzatori sociali il cui finanziamento è costituito dai contributi dei datori di lavoro e in minima misura dei lavoratori.

Tra questi la cassa integrazione straordinaria risulta essere al centro di un dibattito attualissimo.

Essa si riconduce alle ipotesi di ristrutturazione, riorganizzazione o conversione aziendale; crisi aziendale di particolare rilevanza sociale; procedure concorsuali per aziende che abbiano in forza almeno 15 dipendenti in generale per il settore industriale.

Si riferiscono quindi a un processo tendenzialmente lungo di ridimensionamento aziendale con importanti ricadute sociali.

Oggi che si sostiene una possibile soppressione dell’istituto e la sua surrogazione con un’indennità di disoccupazione sembra quanto mai necessario ribadire come la legge 223/ 1991 abbia previsto un particolare iter procedurale proprio per riaffermare il ruolo dell’integrazione salariale di mezzo di accompagnamento per aziende che versano in situazioni di crisi ma che da tale stato possono uscire.

Negare tale possibilità a priori vuol dire non ammettere nel ciclo produttivo delle fasi congiunturali di depressione.

Attraverso la cassa integrazione l’impresa è sollevata dal pagamento delle retribuzioni in quanto l’Inps interviene attraverso un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione, mentre il lavoratore non è tenuto alla prestazione. In tal modo il rapporto di lavoro se pur giuridicamente esistente rimane sospeso in ordine alle due obbligazioni principali.

L’iter procedurale è volto all’attuazione di un programma concreto sottoposto alla vigilanza del Ministero del Lavoro. Esso deve essere mirato al rilancio dell’attività e alla salvaguardia dei livelli occupazionali, è oggetto del confronto con le rappresentanze sindacali insieme ai criteri di scelta dei lavoratori e alle misure per gestire l’eventuale eccedenza di personale.

Esperita la fase sindacale, la richiesta di concessione è indirizzata alla Direzione generale degli ammortizzatori sociali e incentivi all’occupazione. Ogni richiesta deve riferirsi a un periodo massimo di un anno e va presentata entro 25 giorni dalla fine del periodo di paga in corso al termine della settimana in cui ha avuto inizio l’evento.

Il decreto di  concessione viene emanato dal Ministero del Lavoro sulla base del programma entro termini diversi. Non è possibile esperire ricorsi amministrativi in caso di diniego, ma l’impresa può adire il Tribunale amministrativo regionale entro sessanta giorni dalla notifica del provvedimento.

A seguito del decreto di concessione il datore fa domanda di autorizzazione all’Inps al pagamento delle integrazioni salariali. Il pagamento diretto dell’indennità può essere concesso dallo stesso Ministero in sede di autorizzazione alla cassa integrazione.

E’ da ricordare che i datori rientranti nel campo di applicazione delle integrazioni salariali sono soggetti a determinati oneri previdenziali, nonché in caso di  intervento a contributi addizionali.

Successivamente al decreto di ammissione al trattamento le Direzioni del lavoro dispongono accertamenti ispettivi volti a verificare lo stato di attuazione del programma.

Con riferimento alla scelta dei lavoratori da sospendere la legge impone il controllo preventivo delle rappresentanze sindacali e l’utilizzo di meccanismi di rotazione, la cui mancata adozione è soggetta a sanzione.

Tuttavia il datore potrebbe essere autorizzato a non applicare tale meccanismi qualora dimostri le ragioni di ordine tecnico e organizzativo connesse al mantenimento dei normali livelli di efficienza.

A cura della dott.ssa Daniela Castaldi