La separazione dei coniugi con addebito: termini e conseguenze

A norma dell’art. 151 co. 2 c.c. il giudice, pronunciandosi sulla separazione, può dichiarare, ricorrendone le circostanze e ove espressamente richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio. La richiesta di addebito può essere avanzata tanto dal ricorrente, in sede di atto introduttivo del giudizio, quanto dal resistente con la memoria di costituzione. In tale ultima ipotesi, equiparata la richiesta di addebito ad una domanda riconvenzionale, il termine per costituirsi sarà, a pena di decadenza, quello di almeno venti giorni prima dell’udienza fissata. La domanda formulata solo in corso di causa è, pertanto, inammissibile in quanto tardiva.

Costituiscono ipotesi in grado, astrattamente, di condurre alla pronuncia dell’addebito della separazione, l’abbandono ingiustificato della casa coniugale, l’adulterio ed il prolungato e ingiustificato rifiuto di intrattenere rapporti sessuali con il coniuge. E’ bene precisare, però, che non ad ogni abbandono della casa coniugale, ad ogni adulterio o ad ogni rifiuto consegue automaticamente l’addebito della separazione: sarà preciso compito del giudicante stabilire, caso per caso, se l’abbandono, la relazione extraconiugale o il rifiuto di rapporti sessuali, pur potenzialmente lesivi del dovere di assistenza morale e materiale, del dovere di fedeltà e di lealtà, siano frutto di una condotta che abbia determinato, di per sé sola, la crisi coniugale o se invece rappresentino unicamente la conseguenza estrema di una crisi già in atto altrimenti. In buona sostanza: il tradimento del coniuge ha innescato la crisi coniugale o l’ha consolidata in modo definitivo oppure il coniuge ha tradito laddove era già venuta a mancare tra i coniugi la comunione fisica, morale e spirituale? Nei casi dubbi, evidentemente, giocherà un ruolo fondamentale la prova che il richiedente l’addebito riuscirà a fornire, superando le difficoltà insite nella delicatezza della materia.

Risulterà decisamente più facile ottenere la pronuncia dell’addebito in tutte le macroscopiche ipotesi che, obiettivamente, abbiano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza, quali i maltrattamenti o l’omessa assistenza morale e materiale. Si pensi, ad esempio, all’ipotesi di un coniuge che, nonostante la necessità del suo apporto economico al sostentamento della famiglia, rifiuti sistematicamente e pretestuosamente qualsiasi offerta di lavoro, sottraendosi al contempo a qualunque forma di collaborazione domestica e familiare, fosse anche solo l’accudimento della prole. Qualora non si individuasse in quel coniuge il responsabile della crisi coniugale e, quindi, della separazione, si potrebbe giungere all’assurdo che egli (o ella) vanterebbe il diritto al mantenimento da parte dell’altro coniuge.

Il coniuge al quale sia addebitata la separazione perde il diritto al mantenimento da parte dell’altro nonché il diritto all’eredità dell’altro coniuge. Viceversa, conserva il diritto agli alimenti ed alla pensione di riversibilità. Naturalmente il coniuge al quale non sia stata addebitata la separazione conserva il diritto al mantenimento. Infine, l’addebito non influisce sul diritto di ottenere l’affidamento dei figli, sempre che la condotta che abbia determinato la pronuncia di addebito non risulti pregiudizievole anche nei loro confronti, né, tantomeno, influisce sull’obbligo del mantenimento della prole.