La separazione giudiziale, consensuale e di fatto: profili generali

L’art. 150 co. 2 cod. civ. recita: la separazione – dei coniugi – può essere giudiziale o consensuale.

Nel caso di separazione giudiziale il ricorso, che dovrà contenere l’esposizione dei fatti sui quali si fonda la richiesta di separazione, si propone, ex art. 706 c.p.p., così come riformato nel 2005, al Tribunale del luogo dell’ultima residenza comune dei coniugi, avendo riguardo, pertanto, alla casa coniugale, o, solo nell’ipotesi residuale in cui questa manchi, al Tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto abbia la residenza o il domicilio. Se, poi, il coniuge convenuto risiede all’estero o risulti irreperibile, sarà territorialmente competente il Tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente e, se anche quest’ultimo risiede all’estero, qualsiasi Tribunale italiano.

I coniugi compaiono personalmente all’udienza fissata per esperire il tentativo di conciliazione, ed a tal fine il presidente procederà a sentirli prima separatamente e poi congiuntamente. Dalla data dell’udienza di comparizione iniziano a decorrere i tre anni prodromici alla proposizione della domanda di divorzio. E’ senz’altro da valutarsi positivamente, nell’ottica difensivistica, il fatto che la norma novellata preveda che i coniugi debbano comparire con l’assistenza del difensore, superandosi con ciò la vecchia formulazione dell’art. 706 c.p.c. che espressamente la escludeva.

Il presidente, qualora abbia accertato il persistere della volontà di addivenire alla separazione, sentiti i coniugi ed i difensori, e finanche d’ufficio, assume con ordinanza i provvedimenti provvisori ed urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole, in primo luogo, e altresì degli stessi coniugi. Fondamentalmente i provvedimenti vertono sull’affidamento dei figli minorenni, sull’assegnazione della casa coniugale e sulla determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli ed, eventualmente, dell’altro coniuge. Sono infatti principalmente queste, spesso, purtroppo, ad ordine invertito, le materie del contendere sulle quali, nell’impossibilità di raggiungere un accordo che eviti le lungaggini del processo, ci si rimette alla pronuncia del giudicante. Terminata questa fase, e fissata altra udienza con concessione di termine al ricorrente per il deposito di memoria integrativa, ed al convenuto per la costituzione in giudizio, qualora non vi avesse provveduto in precedenza, il procedimento si incardina, per quanto attiene alla fase istruttoria ed a quella conclusiva, secondo le norme (e i tempi) del rito ordinario, non avendo, ad oggi, il legislatore tratteggiato un rito più snello, maggiormente corrispondente alle esigenze di celerità sottese alla delicatezza della materia.

Risponde appieno, di contro, a tali esigenze la separazione consensuale. In tale ipotesi, infatti, il presidente del Tribunale convoca le parti dinanzi a sé e, esperito con esito negativo il tentativo di conciliazione, si limita a valutare la corrispondenza dell’accordo già raggiunto dai coniugi all’interesse degli eventuali figli, affinché il Tribunale possa procedere, quindi, all’omologazione delle condizioni ivi contenute. E’ di tutta evidenza il risparmio, in termini di costi economici, di tempo e, non ultimo, di stress emotivo, che una procedura così semplificata comporta, ed è pertanto auspicabile che, certamente nei casi più lineari, ma anche in quelli più conflittuali, i coniugi, sollecitati dai loro difensori, vi facciano il più possibile ricorso. Non si sottovaluti, inoltre, che una separazione nata come giudiziale può in ogni momento trasformarsi in consensuale, non appena si addivenga ad un accordo tra i coniugi, che, dunque, è sempre opportuno ricercare. Non è forse meglio, difatti, che questi aspetti così pregnanti della vita delle persone siano decisi da loro stesse e non da un terzo?

Da ultimo, la separazione di fatto consiste in una situazione, voluta da uno o da entrambi i coniugi, di stabile interruzione della convivenza accompagnata, più in generale, dalla rinuncia al progetto di vita comune, che non viene portata all’attenzione del giudice. La separazione di fatto, non prevista dalla normativa italiana, è perciò improduttiva di effetti giuridici. Nulla osta, tuttavia, a che i coniugi separati di fatto definiscano i loro rapporti patrimoniali attraverso un accordo, consacrato in una scrittura privata, che sarà perfettamente valido ed efficace.