Il principio di semplificazione amministrativa e la D.I.A. - Seconda parte

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Tuttavia non ci si trova di fronte ad una ipotesi di deregolamentazione, considerato che, effettuata la dichiarazione, l’amministrazione ha 30 giorni di tempo per inibire al privato la prosecuzione dell’attività e ordinare la rimozione degli effetti, salvo, ove possibile, l’ assegnazione di un termine entro cui il privato deve conformarsi alla normativa vigente. Resta ferma, inoltre, la possibilità per l’amministrazione di agire in autotutela anche dopo il decorso dei termini previsti per l’esperimento dei poteri inibitori. Alla luce dell’art. 19, quindi, la legittimazione del privato allo svolgimento dell’attività non rinviene più il suo fondamento nel consenso della P.A. secondo lo schema “norma/potere/effetto”, bensì direttamente nella legge secondo lo schema “norma/fatto/effetto”.

L’iter successivo alla dichiarazione del privato prevede una verifica da parte dell’amministrazione destinataria della D.I.A. finalizzata al controllo circa la rispondenza di quanto dichiarato rispetto ai canoni normativi. Qualora l’esito della verifica sia positivo, la P.A. non adotterà alcun provvedimento, limitandosi all’adozione di un atto interno in cui si da atto del positivo esperimento del controllo e della chiusura del procedimento. Viceversa, se l’esito della verifica fosse negativo –come detto- la P.A. ordinerà al privato la cessazione dell’attività e la rimozione degli effetti, a meno che non sia possibile che il privato si conformi alle prescrizioni vigenti nel cui caso l’amministrazione gli assegnerà un termine finalizzato a tale scopo. Nella sua formulazione originaria la D.I.A. costituiva l’eccezione rispetto alla regola rappresentata dal regime autorizzatorio, ed era ammessa solo nei casi espressamente previsti con regolamento.

Successivamente, con la modifica della norma ad opera dell’art. 2, comma 11, della l. n. 537/93, la D.I.A. è divenuta la regola ed è esclusa in via eccezionale tramite apposita previsione regolamentare. In particolare, per effetto della citata modifica, la D.I.A. viene ammessa solo nel campo dell’attività amministrativa vincolata mentre è esclusa allorquando il rilascio dell’atto sia frutto di discrezionalità amministrativa. Da qui nacque l’esigenza di distinguere fra l’ipotesi in cui il rilascio dell’atto coinvolgesse un accertamento tecnico dall’ipotesi in cui il rilascio dell’atto implicasse una valutazione tecnica. Infatti, l’accertamento tecnico si riferisce ad una verifica di un fatto in modo oggettivo attraverso regole certe che conducono ad un unico risultato, dunque senza spazio per alcuna attività discrezionale, viceversa la valutazione tecnica afferisce ad una verifica fattuale sulla base di regole tecniche opinabili conducenti ad una pluralità di risultati tutti potenzialmente esatti e, quindi, implicante una certa discrezionalità.

Considerato che la ratio della limitazione dell’operatività della D.I.A. è da rinvenirsi nell’evitare inutile perdite di tempo nel rilascio di un atto autorizzatorio allorquando tale rilascio non dipenda da valutazioni discrezionali opinabili bensì è collegato alla ricorrenza di circostanze oggettivamente accertabili, è evidente che la D.I.A. potesse operare solo quando venisse in rilievo un accertamento tecnico e non anche allorquando intervenisse una valutazione tecnico-discrezionale. La situazione, tuttavia, è venuta cambiare con la legge numero 80 del 2005 che ha introdotto una serie di novità. Innanzitutto la necessità di attendere 30 giorni dopo la denuncia prima di iniziare l’attività, in secondo luogo si è espressamente prevista la possibilità per la P.A. di agire in autotutela anche dopo l’inutile decorso dei trenta giorni dalla denuncia senza che siano stati esercitati i poteri inibitori previsti dalla legge così eliminando ogni dubbio sulla loro esperibilità. E’ stata devoluta ogni controversia in materia di D.I.A. alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo.