L'apertura di credito bancaria in conto corrente: riflessioni alla luce del decreto "milleproroghe" 2011

Diceva Henry Ford: "meno male che il popolo non capisce il nostro sistema bancario e monetario, perché se lo capisse temo che prima di domani scoppierebbe la rivoluzione".

L’apertura di credito bancaria (v. art. 1843 c.c.) è un istituto largamente applicato, il cui meccanismo è ignoto alla maggior parte degli utenti. Ciò è stupefacente, poiché il quadro tecnico dell’operazione de qua si basa su semplici operazioni algebriche, anzi!, su sole quattro operazioni.


In estrema sintesi le caratteristiche di questa figura, detta in gergo bancario “revolving” o apertura di credito rotativa: Tizio chiede un fido alla banca, accordato nella misura di mille. L’importo è iscritto a debito in un conto corrente di corrispondenza. Tizio preleva cinquecento e la settimana successiva versa cinquecento. Il versamento non ridurrà il debito iniziale, come avviene, p.es., nel rimborso dei mutui, bensì ripristinerà il credito, per cui Tizio avra’ ancora a disposizione un credito di mille.

Questo rapporto puo’ andare avanti per decenni, salvo il caso che venga estinto. La stessa revoca del fido per sopravvenuta insolvenza del debitore non estingue il conto od il rapporto, in quanto la banca vanta sempre il concesso credito, bensì comporta solamente l’interdizione dell’uso degli assegni ed il cliente potrà solo effettuare versamenti al fine di estinguere la c.d. “sofferenza bancaria”.

Questione diversa è quella dell’interesse applicato: la banca calcola l’interesse con il metodo c.d. dei numeri e alla fine di ogni trimestre somma l’interesse cosi’ ricavato al capitale formando la figura detta “montante”. P. es.: se il capitale è 500 e l’interesse 50, il capitale sarà 550. Sul montante saranno conteggiati i successivi interessi e cosi’ via per tutti i trimestri successivi.

Non ripeterò la storia di questa tormentata vicenda che ha danneggiato l’economia reale in quanto le scuole economiche piu’ serie hanno fatto, da oltre un secolo, le “Prediche Inutili”, come diceva Einaudi. Affronterò, dunque, in breve estrema sintesi, i punti salienti della questione.

Recentemente le S.U. della Cassazione (v. Cass. 24418/10) hanno chiarito in modo esaustivo e collaudabile i principi in materia. A questo punto è intervenuto il legislatore: il disegno di legge n. 2518, approvato con legge che, all’art. 2 quinquies, comma 9, cosi’ recita: “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'art. 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione d’importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge”. Cosa c’è sotto? Le mosse partono da un indirizzo “teorico”, un po’ ...datato, che descrisse la capitalizzazione anatocistica “continua, su base giornaliera” degli interessi addebitati a fine anno in un rapporto di conto corrente non bancario, assumendo che il credito per interessi era divenuto liquido ed esigibile, con l’ulteriore conseguenza della liquidità ed esigibilità dei dietimi successivi che divenivano, a loro volta, espressione di crediti.

Questa “visione”, per così dire, comportò durante lo sviluppo diacronico del rapporto, un tasso di crescita esponenziale dell’interesse, superando di gran lunga la soglia del tasso usurario. Ovviamente questa “teoria” non fu mai trasfusa in un indirizzo giurisprudenziale, ma ora ritorna nell’apertura di credito!

Gli studiosi della ragioneria hanno osservato subito:

La "novella" precisa che la "prescrizione ... decorre dal giorno dell'annotazione" di cui si discute. La questione che si pone è non solo il giorno dell'operazione, per "competenza finanziaria" che conduce ad attribuire l'annotazione ad un qualsiasi "trimestre" determinandosi nella sommatoria capitale più interessi la figura del "montante", ma dell'unica data rilevante ai fini dell'"annotazione" e cioè delle scritture contabili della banca che non possono essere ovviamente in contrasto, a mio avviso, con il disciplinato dell'art. 2214 c.c.. Con l'annotazione in realtà si dà conforto ad un calcolo ed al tempo stesso alla nascita di un diritto di credito per la banca cui corrisponde un'obbligazione per il correntista.

Se la prescrizione decorre dal giorno di un'annotazione per competenza economico-finanziaria, e non cronologica (per la banca si è in presenza per la componente di interessi, in corso d'anno, di un componente positivo di reddito che si intende "realizzato", salvo errore o contestazione dell'obbligazione de qua) è una cosa, se la prescrizione decorre dalla data della rilevazione contabile delle scritture nel libro giornale della banca (cioè quella cronologica), è un'altra. E' vero che scomparse le formalità di "certificazione delle date" delle operazioni contabili, può venire a mancare la prova della data esatta della rilevazione contabile, ma va da sé che questa data non può certamente coincidere con quella della chiusura di un qualsiasi trimestre "gestionale" della banca.

In altri termini, pur con tutti gli automatismi di calcolo in essere è assai improbabile che nel giorno di chiusura di un trimestre vi sia la rilevazione contabile a libro giornale del quantum di interesse dovuto alla banca dai correntisti, sicché calcolato erroneamente od in dispregio delle norme di legge il quantum preteso, il termine di prescrizione se fatto decorrere dalla data di riferimento dell'estratto conto, di fatto viene ridotto. In sostanza, vi è quindi un effetto di retroazione del diritto della banca rispetto all'annotazione formale. In altri termini, si applica il criterio della competenza economico-finanziaria anche "nel durante" dell'esercizio e non con riferimento al bilancio di esercizio ammesso e non concesso che il "credito" iscritto dalla banca nel bilancio di esercizio sia di per sé atto a rappresentare diritti della banca nei confronti dei terzi.

L'ermeticità del concetto di annotazione connessa al diritto nascente dalla stessa pone dei problemi di data da più punti di vista e questo a prescindere da quant'altro oggetto di discussione in materia. Il trimestre termina a mezzanotte dell'ultimo mese del trimestre stesso e, quindi, l'annotazione fatalmente, è di una giornata successiva (quale?). Ogni banca ha procedure contabili diverse ed occorrerebbe provare in quale data l'operazione è stata effettivamente annotata. Occorre disporre della tracciabilità delle singole operazioni sia generate in automatico dal sistema, sia frutto di input manuali da terminali periferici del sistema informatico.

Quando era obbligatorio il registro delle elaborazioni elettroniche dei dati di cui all'art. 14 del DPR 29 settembre 1973, n. 600, attraverso il log di sistema su scritture soggette a timbratura e controllo numerico in esenzione di imposta di bollo e di TCG, la tracciabilità degli input, anche generati in automatismo del sistema, era possibile. Ora tutto è affidato al sistema di controllo interno e, quindi, all'osservanza del famoso D.Lgs. n. 231/2001 e successivi modelli.

I rilievi che precedono sono sufficienti a convincere di come difficilmente possa essere condiviso il punto di vista delle banche che, in casi del genere di quello in esame, vorrebbero individuare il “dies a quo” del decorso della prescrizione nella data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati dalla banca al correntista”.

Sotto altro profilo: La norma de qua è, asserita e denegata, “interpretazione” della norma sulla prescrizione, vale a dire con effetto retroattivo sui rapporti in corso, salvo il passaggio in giudicato. Dobbiamo chiederci, a questo punto, se una legge successiva puo’ “interpre- tare” la norma generale in tema di prescrizione nei confronti di una figura tipica e speciale quale l’apertura di credito, al solo fine di eliminare un illecito basato sulla violazione di norme imperative ed, addirittura, di natura penalistica allorché la moltiplicazione degli interessi (con il metodo suddescritto) sfora il tasso usurario. E’, quindi, giocoforza conchiudere, “praeter o contra legem” che non trattasi di norma interpretativa, ma, piu’ semplicemente, di “novella”, escludendo di conseguenza ogni effetto retroattivo. Va ancora detto che vi sono parecchi profili d’incostituzionalità, trattati altrove da Colleghi costituzionalisti, com’è noto.

La Cassazione ha negato che possa parlarsi di prescrizione versandosi nel caso d’illecito permanente, come pacificamente risulta dallo sviluppo del rapporto su base documentale. Infatti: se l’anatocismo, il cui divieto è ancora in vigore, affligge il rapporto in quanto l’illiceità ( o peggio l’usura) si trascina per l’intero svolgimento del rapporto di conto, è pacifico che si è di fronte ad un illecito permanente che, per principio generale tuttora immutato, non consente la prescrizione. Applicarla con legge al solo rapporto bancario de quo che significa giuridicamente? La domanda è ovviamente retorica. Ma, nella specie, vi è di più! L’art. 2935 c.c. prevede che la prescrizione decorre dal momento in cui il diritto puo’ essere fatto valere. Si osserva che l’apertura di credito di cui si discute non ha un termine finale, come avviene nei mutui, ma è continuativa ( v. art. 1843 c.c.). Pertanto la banca non puo’ chiedere in ogni momento il saldo del debito. Puo’ farlo solo se ricorrono gravi motivi (insolvenza del correntista o illeciti commessi dallo stesso). Al di fuori di questi casi la revoca è immotivata e la banca sarebbe condannata al risarcimento dei danni. Er- go: il diritto della banca a far valere il proprio credito nasce solo in presenza di circostanze tipiche causate dal comportamento colpevole del debitore.

Come si concilia pacifica giurisprudenza con l’art. 2 della citata legge che, in sostanza. anticiperebbe il diritto della banca (immotivatamente) ad una situazione anteriore, in contrasto con la norma (art. 1843 c.c.) e con il contratto bancario? Ogni commento guasterebbe! La costruzione or detta malcela un ulteriore profilo: che le singole rimesse hanno natura di pagamento eppertanto sono solutorie. In tal caso si deve applicare l’art. 1194 c.c.. Ora: se dette rimesse sono considerate solutorie che succederebbe in sede fallimentare? Il legislatore intenderebbe eliminare con legge anche la revocatoria fallimentare?

A questo punto non è male chiederci in che mani siamo! La Cassazione mise subito in chiaro la questione respingendo questo stravagante motivo. Si osservò che l’applicazione di questo indirizzo contro le ban- che in sede fallimentare avrebbe comportato la revocatoria e che la revocatoria in questo caso, mai, ripetasi, mai venne applicata. In sede fallimentare si decise in un modo, mentre in composizione ordinaria all’esatto opposto. “Ex absurdo sequitur quodlibet”. A questo punto è opportuno svolgere qualche considerazione di “sostanza”. Il ruolo delle banche nella scansione macroeconomica è rilevante, particolarmente nei momenti di crisi globale (rammentiamo che la presente crisi è la terza nella storia del capitalismo ed è foriera di mali imprevedibili). Questo procedimento del sistema bancario che reclama interessi ed oneri non dovuti viola, contestualmente, tanto collaudati principi dell’ordinamento giuridico, quanto sensati principi di economia imprenditoriale e mercantile, aumentando lo squilibrio illiquido delle imprese, provate dalla crisi attuale.

Questi metodi effettuati dall’ organizzazione bancaria che opera in modo preminente, sono anche impeditivi della privata difesa in giudizio. Inoltre i clienti che non intendono pagare le illecite somme richieste, sono iscritti nella Centrale dei rischi come cattivi pagatori quando, per converso, vantano addirittura un credito verso la banca, ed ancora è loro inibita la possibilità di ottenere crediti. In que- sto modo non solo si distrugge un tessuto connettivo imprenditoriale, bensì sono vanificati gli strumenti approntati per il superamento e la risoluzione della grave crisi attuale, creando pericolosi conflitti. In molti casi le banche operano in questo modo: dinnanzi ad una me- ramente assunta (ed inesistente) insolvenza richiedono l’emissione di un decreto ingiuntivo che viene concesso.

In seguito iscrivono ipoteca sui beni dell’obbligato principale e del garante. Contestualmente l’obbligato ed il garante sono segnalati alla Centrale Rischi ed in tal modo è reso pubblico che questi soggetti sono cattivi pagatori, per cui non otterranno credito da nessuno. Le conseguenze comportano, in certi casi, la chiusura dell’impresa, la perdita del lavoro degli impiegati ed operai ed, infine, la subastazione dei beni. Una verifica attenta sulla base dei principi pacifici in diritto civile rivela che, in molti casi, il presunto debitore è invece creditore e le banche debitrici. In conclusione si deve dire che nessuna autorità amministrativa è intervenuta per far cessare questo stato di ingiustizia manifesta.

Soltanto i Giudici superiori hanno posto rigorosi principi, che ora il legislatore tenta di svuotare di contenuto. Con questi metodi il sistema bancario, è appena il caso di soggiungere, aggrava la già pesante crisi in corso, la cui soluzione non è né facile né immediata, ed i beni dei consociati sarebbero svenduti con notevoli sconti. Riporto, infine, le ulteriori critiche tralatizie, formulate da altri Colleghi e Docenti delle facoltà di economia, espressive di ulteriori dubbi: “ex latere debitoris” il diritto alla restituzione di quanto illecitamente percepito viene “annotato” a fine trimestre, allorché si sommano al capitale gli interessi,cosi’ capitalizzando gli stessi nella figura detta “montante” (cioè la somma algebrica del capitale piu’ gli interessi maturati nel trimestre.

Poiche’ questo procedimento si verifica ogni trimestre (annotato secondo la dizione legislativa) dobbiamo chiederci quale sarà il giorno di quell’annotazione dalla quale incomincia a decorrere la prescrizione. (Ne pas cherchez a comprendre!). Ex latere della banca: se il cliente non paga, come avviene nell’apertura di credito rotativa ex art. 1843 c.c., potrà la banca richiedere quella parte di interessi a suo favore, che ha “trascinato” nel decorrere dell’intervallo, in quanto i primi montanti influiscono sulla determinazione dei successivi? Avremo, dunque, tanti inizi di decorrenza della prescrizione, quanti sono i trimestri? Per ultimo: l’istituto della mediazione consentirà alle banche di far valere subito giudizialmente i loro vantati crediti? Se, considerata la struttura della figura, i crediti assunti e denegati dalle banche non vengono mai richiesti che si deve dire?

In conclusione dobbiamo notare che queste “asimmetrie disallineanti” (lessico gentile dell’economia politica, poiché, essendo la lingua giuridica pudica, non esiste un termine per definire questi strafalcioni) aggraveranno la crisi. Mi scuso per aver trattato sinteticamente questa materia che richiederebbe ulteriori approfondimenti, anche sotto il profilo delle approntande soluzioni. Rilevo, per ultimo, che l’errore degli atti gestori (si comprenda il fair play), anche sotto il profilo della macroeconomia costituisce una mescola molto pericolosa.

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