Sull'apertura di credito in conto corrente e la prescrizione: ulteriori riflessioni sul decreto milleproroghe 2011

Mi appare opportuno specificare in termini semplici gli effetti della norma concernente la prescrizione raccolta nel c.d. decreto milleproroghe. Il disegno di legge n. 2518, approvato con legge che, all’art 2 quinquies, comma 9, cosi’  recita: “In ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l'art. 2935 del codice  civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall'annotazione  in conto inizia a decorrere dal giorno dell'annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo  alla restituzione d’importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto legge”.  Limitiamo le osservazioni ai processi in corso.

La norma interpretativa, per pacifico principio, è retroattiva. Non ripeterò le critiche ante svolte (V. in questo sito: L’apertura di credito bancaria in conto corrente: riflessioni alla luce del decreto milleproroghe). Prendiamo le mosse dalle norme di cui agli artt. 1842 e 1843 c.c. che disciplinano  l’apertura di credito in conto corrente. L’art. 1842 c.c. prevede due ipotesi: un contratto  bancario a tempo determinato (figura, per così dire, generale, dell’apertura di credito) e  quella a tempo indeterminato (rotativa), che è l’ipotesi maggiormente ricorrente nella pratica e regolata in conto corrente.  Si parla, spesso a sproposito, della “chiusura del conto” creando una confusione concettuale.

a) - L’apertura di credito, come tutti i contratti, puo’ essere estinta per “mutuo dissenso”,  vale a dire con il consenso della banca e del cliente, parti contrattuali. L’ipotesi si verifica  quando il cliente paga il saldo a debito.

b) - Nel caso che la banca “revochi” il fido ed alleghi, erroneamente, che il conto è estinto,  si deve dire che questa affermazione è macroscopicamente errata. Precisato che la banca  puo’ chiedere il rientro del fido solo nel caso di insolvenza od altra colpa del debitore, dobbiamo, pacificamente, concludere che non si tratta di estinzione del rapporto, ma di risoluzione per inadempimento imputabile al debitore.  Di conseguenza la banca potrà far valere i suoi diritti chiedendo la risoluzione del rapporto  e il pagamento dell’obbligazione pecuniaria solo nel momento suddetto, cioè nel momento  in cui il debitore ha dato luogo con un comportamento colpevole alla risoluzione del contratto di apertura di credito.

Nel caso sub a) il cliente paga ritenendosi obbligato. Tuttavia il credito vantato dalla banca  è illecito per i noti motivi specificati dalle Sezioni Unite nelle ormai arcinote sentenze. Allora il cliente potrà utilmente esercitare la “condictio indebiti”, in quanto l’assunto credito è  illecito ed insanabile.

Nel caso sub b), poiché l’anatocismo è tuttora illecito, dobbiamo chiederci se la banca ha il diritto di richiedere gli interessi indebitamente percepiti, affetti da nullità insanabile. Oltre a  cio’ si osserva, come specificato nel suddetto scritto in questo sito, che l’illecito consumato  dalla banca ha la natura di illecito permanente, per cui non puo’ decorrere la prescrizione  nella perduranza della permanenza.

Altre interpretazioni non sono possibili, in quanto il citato art. due della L. 2518 non ha reso  lecito l’anatocismo.  Con riguardo all’annotazione, deve specificarsi che l’annotazione richiesta ai fini di legge è  quella prevista dall’art. 2216 c.c., il che, come abbiamo detto nel piu’ volte citato scritto in questo sito, pone dubbi insolubili anche sotto il profilo della data.  Nei processi in corso le banche avrebbero dovuto, in primo luogo, invocare espressamente la prescrizione ex art. 2953.

Si precisa che la prescrizione ex art. 2948 sub 4) c.c non  trova applicazione nell’apertura di credito rotativa, poiché questa or detta previsione legislativa si applica a quei contratti bancari che prevedono le rimesse solutorie e non ripristinatorie.  Questo modo di legiferare ha suscitato non poche perplessità e molti dissensi. Un articolo  del Sole 24 Ore ha addirittura affermato, troppo frettolosamente, che la nuova legge era  una “mannaia” per la sentenza n. 24418/10 delle S.U. della Cassazione.

Le conclusioni sono amare: lo stato di diritto è caduto all’inizio del secolo scorso e si è venuto formando il c.d. stato sociale. Gli scrittori dello stato post moderno(economisti, giuristi  e cultori delle scienze politiche) hanno stigmatizzato il modo di legiferare, informato maggiormente ad interessi politici quanto a tecnica legislativa ed osservazioni attente  sull’economia. La confusione legislativa e la proliferazione di leggi che n’è seguita ha comportato un aumento della corruzione, lamentata peraltro piu’ volte dal Presidente della  Corte dei Conti.

Un riferimento storico, o meglio, una certa analogia, la ritroviamo nel periodo ciceroniano  alla fine del periodo repubblicano, espressa nel motto di Tacito “corruptissima re publica,  plurimae leges”. Cicerone nel De Legibus descrive questo caos legislativo “pseudoleggi”  (variae ad tempus descriptae).

Tornando ai nostri tempi dobbiamo preoccuparci per gli effetti devastanti di questi provvedimenti sulla crisi in corso, e sulla pericolosità storica determinata dall’esclusione del ceto medio e un’accentuata divisione tra poveri e troppo ricchi. La politica dei tassi d’interesse non ha mai premiato, inoltre come abbiamo visto nel caso  della “bolla”, l’abolizione delle riserve frazionarie correndo dietro al mito dell’equilibrio economico imprenditoriale, provocando la crisi reddituale, costituiscono dei problemi pressoché insolubili.

A questo punto possiamo chiederci se dobbiamo passare per il fuoco prima  di riacquistare il buon senso e la ragione. Si esce da una gravissima crisi con questi mezzi? La domanda, e non puo’ essere altrimenti, è retorica!

avv. Pietro Coticoni