Il danno non patrimoniale alla luce delle più recenti pronunce della Corte di Cassazione

La categoria civilistica più controversa in ordine alla concreta configurabilità (rectius risarcibilità) è quella del danno non patrimoniale. La norma di riferimento, l’art.2059 codice civile, ha costituito la base per frequenti pronunce della giurisprudenza di merito e di legittimità nonché per l’elaborazione di teorie da parte della dottrina.

Il danno non patrimoniale è connotato dal carattere della “tipicità”, in contrapposizione al danno patrimoniale (art.2043 codice civile), considerato come categoria “atipica” di danno.

Sotto il profilo pratico, per individuare un danno ex art.2059 c.c., occorre enucleare preliminarmente le norme che sono poste a presidio ed a tutela di specifici interessi di natura non patrimoniale.

La portata applicativa dell’art.2059 c.c. è stata oggetto di numerosi interventi da parte della dottrina e della giurisprudenza.

L’orientamento più rigoroso e maggioritario negli anni precedenti offriva una lettura riduttiva della previsione, ritenendo configurabile il danno non patrimoniale solamente in presenza di un fatto di reato, in ragione della riserva di legge che la stessa dispone ,“il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”.

L’evoluzione giurisprudenziale ha segnato un superamento della fonte meramente legislativa (codicistica o extracodicistica), ritenendo meritevoli di tutela i diritti ed i beni tutelati da norme di rango primario, ovvero sanciti dalla Costituzione, in quanto norme con una portata immediatamente precettiva.

È l’ipotesi degli articoli 2, 29, 32 della Costituzione. Si è, dunque, ritenuto configurabile un danno non patrimoniale per lesione dell’integrità e della solidarietà familiare, pur non essendo necessario che la condotta causativa del danno costituisca un illecito penale.

Attraverso tale sganciamento tra fatto illecito, penalmente sanzionato, e danno non patrimoniale, la giurisprudenza ha elaborato una serie di ipotesi in cui ha ritenuto configurabile e risarcibile il danno ex art.2059 c.c.

La lettura in chiave autonomistica della norma citata è stata resa necessaria dal confronto con la parallela previsione in tema di danno patrimoniale. La completa autonomia nel configurare un tal tipo di danno ha condotto a ritenere inammissibile un’interpretazione restrittiva del disposto sul danno non patrimoniale, considerando tale lettura un’interpretatio abrogans della relativa previsione.

Un passo ulteriore e successivo, compiuto dai più attenti studiosi e dai giudici della Corte di Cassazione, è stato quello di porre un freno al frequente dilagare di voci di danno non patrimoniale. La preoccupazione che si è posta agli occhi degli operatori del diritto è stata quella di evitare di forgiare un rimedio che consenta di moltiplicare le voci di danni risarcibili, con un’evidente distorsione nell’applicazione del rimedio civilistico, del tutto estranea alla sua portata.

Sotto questo profilo è fondamentale la sentenza della Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, n.26972/2008, con la quale i Giudici di legittimità hanno sancito il carattere unitario della categoria del danno non patrimoniale, evidenziando che le varie voci, in cui viene comunemente suddiviso lo stesso, non sono categorie autonome ma sotto-categorie. Ciò ha consentito di rigettare numerose domande di risarcimenti plurimi di uno stesso danno, quello non patrimoniale, laddove veniva formulata congiuntamente la pretesa risarcitoria per il danno biologico, danno esistenziale, danno morale, danno psichico.

I giudici di legittimità hanno affermato che il danno non patrimoniale costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, all’interno della quale non è possibile ritagliare ulteriori sottocategorie, se non con valenza meramente descrittiva: “E’, pertanto, scorretto e non conforme al dettato normativo pretendere di distinguere il c.d. “danno morale soggettivo”, inteso quale sofferenza psichica transeunte, dagli altri danni non patrimoniali: la sofferenza morale non è che uno dei molteplici aspetti di cui il giudice deve tenere conto nella liquidazione dell’unico ed unitario danno non patrimoniale, e non un pregiudizio a sé stante”.

Ulteriore questione, che è stata affrontata dai giudici di legittimità con la pronuncia in oggetto, è quella relativa alla concreta configurabilità del danno non patrimoniale. Infatti la Corte di Cassazione ha affermato che occorre la serietà del pregiudizio, ritenendo non risarcibili quelle pretese avanzate sulla base di danni futili ed irrisori, in quanto fondati su condotte prive del requisito della gravità, cd. “danni bagattellari” e “sopportabili” dalla parte, facendo leva sul principio di tolleranza.

In particolare, il nodo centrale della sentenza verte sulla configurabilità dell’autonoma categoria del “danno esistenziale”. La soluzione offerta dai giudici della Corte di Cassazione è stata quella di “escludere l’esistenza di una concepibilità del danno esistenziale quale categoria autonoma, in quanto lo stesso è riconducibile nel più ampio genus del danno non patrimoniale, risarcibile quando si verifica la lesione di un diritto della persona costituzionalmente garantito”. Con l’arresto citato i giudici hanno affermato che non è configurabile una perdita sul fare areddituale della persona, dunque non è configurabile il diritto al risarcimento, quando il pregiudizio non è serio e grave.

La pronuncia de qua entra anche nel merito della liquidazione e della prova del danno. Nello specifico l’organo giudicante afferma che, “per quanto attiene alla liquidazione del danno, il danno non patrimoniale va risarcito integralmente, ma senza duplicazioni: deve, pertanto, ritenersi sbagliata la prassi di liquidare in caso di lesioni della persona sia il danno morale sia quello biologico; come pure quella di liquidare nel caso di morte di un familiare sia il danno morale, sia quello da perdita del rapporto parentale: gli uni e gli altri, per quanto detto, costituiscono infatti pregiudizi del medesimo tipo”.

Infine, per quanto attiene la prova del danno, le SS.UU. hanno ammesso che essa possa fornirsi anche per presunzioni semplici, fermo restando però l’onere del danneggiato di fornire gli elementi di fatto dai quali desumere l’esistenza e l’entità del pregiudizio.

Recentemente la Corte di Cassazione è tornata ad affrontare la questione sulla configurabilità del danno non patrimoniale, con particolare riguardo al danno biologico (sentenza Corte di Cassazione, sez.II, 19.8.2911 n.17427).

Tale voce di danno non patrimoniale è definita da un’espressa previsione, contenuta nel Codice della Assicurazioni private, D.Lgs. n.209 del 2005, agli artt.138 e 139.

Come si legge nella motivazione della sentenza, i giudici di legittimità hanno ribadito che il danno biologico ha portata tendenzialmente omnicomprensiva, in quanto il cd. danno alla vita di relazione ed i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, possono costituire solo voci del danno biologico, mentre sono da ritenersi non meritevoli della tutela risarcitoria quei pregiudizi che consistono in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro tipo di soddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana, né possono qualificarsi come diritti risarcibili diritti del tutto immaginari, come il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità. Al di fuori dei casi determinati dalla legge ordinaria, solo la lesione di un diritto inviolabile della persona, concretamente individuato, è fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

L’attenzione dei giudici della Corte di Cassazione si è concentrata sulla liquidazione del danno non patrimoniale, in particolare quando essa è effettuata secondo criteri equitativi dal giudice.

Si è ritenuto che, seppur l’indagine medico-legale non è indispensabile ed il giudice può accertare, secondo una valutazione discrezionale, la menomazione dell’integrità psico-fisica della persona, facendo ricorso alle presunzioni e quantificando il danno in via equitativa, egli ha pur sempre l’obbligo di indicare in motivazione gli elementi di fatto che nel caso concreto sono stati tenuti presenti ed i criteri adottati nella liquidazione equitativa. Diversamente la valutazione rappresenterebbe un giudizio del tutto arbitrario, in quanto privo di un controllo.

Con tali argomentazioni la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso ed ha ritenuto che l’organo giudicante avrebbe dovuto considerare le modalità con cui erano stati eseguiti i lavori, che avrebbero cagionato agli attori danni anche non patrimoniali per aver minato la tranquillità e la serenità nel loro domicilio. In particolare era necessario prendere in considerazione le reali abitudini di vita degli stessi e l’effettiva permanenza nel domicilio durante l’esecuzione dei lavori. Come evidenziato dalla giurisprudenza di legittimità, il giudice di secondo grado ha tenuto conto proprio di tali parametri per  ridurre l’importo liquidato a titolo di danno non patrimoniale in primo grado.

Avv. Enrica Sirizzotti