Tre sentenze della Cassazione in materia di convivenza intollerabile, determinazione dell’assegno divorzile e casa familiare concessa in comodato

Con la sentenza N. 2274/2012 la Suprema Corte ha esaminato il caso di una moglie che, nonostante il marito avesse intrapreso da anni una stabile relazione con un’altra donna, dalla quale aveva avuto un figlio, si opponeva alla separazione adducendo la mancanza dei presupposti per dichiarare l’intollerabilità della convivenza, avendo ella, al contrario, tollerato il comportamento del marito. Secondo la Suprema Corte “la disponibilità unilaterale della moglie a sopportare la situazione non può valere ad impedire la sussistenza dell’intollerabilità della convivenza, rappresentata, nel caso specifico, dall’esistenza di una nuova famiglia.

Se pure di colpa si possa ancora parlare, anche il coniuge colpevole ha diritto di chiedere la separazione, affermando che proprio il suo comportamento ha condotto all’intollerabilità della convivenza. Per dichiarare la separazione, pertanto, non è più necessaria la sussistenza di una situazione di conflitto riconducibile alla volontà di entrambi i coniugi, ben potendo la frattura dipendere dalla condizione di disaffezione e distacco spirituale di una delle parti, tale da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza”.

La sentenza N. 28892/2011 sancisce che, una volta stabilito astrattamente che alla ex moglie competa l’assegno divorzile, il Giudice, nel determinarne in concreto la misura, deve compiere una valutazione ponderata e bilaterale che tenga conto, tra gli altri criteri indicati nell’art. 5 L. 898/1970, del contributo prestato dall’avente diritto alla gestione della vita familiare. Con la conseguenza che la coniuge, che, attuando in costanza di matrimonio un comportamento poco presente, abbia fornito un contributo scarso alla conduzione della casa familiare, potrà vedersi riconosciuto un assegno di importo piuttosto contenuto. Partendo dal medesimo presupposto, la sentenza N. 593/2008 portava a tenere nella massima considerazione il lavoro casalingo, ponendolo sullo stesso piano del lavoro svolto fuori casa.

La recentissima sentenza N. 2103 del 14-02-2012 ha ad oggetto la casa coniugale concessa in comodato dai genitori di uno dei coniugi e non assegnata in sede di separazione. Secondo la Corte di Cassazione “il vincolo di destinazione appare idoneo a conferire all’uso, cui la cosa doveva essere destinata, il carattere di termine implicito della durata del rapporto, la cui scadenza è strettamente correlata alla destinazione impressa e alla finalità cui essa tende”. Pertanto, la nuora che rifiuti la riconsegna della casa non assegnatale realizza un’occupazione sine titulo in quanto, cessata la convivenza, è venuto meno lo scopo del comodato, dovendosi attribuire rilevanza al dato oggettivo dell’uso cui il bene era destinato.