Convivenza intollerabile, affidamento condiviso e determinazione dell’assegno di mantenimento secondo la Cassazione più recente

Con la sentenza N. 2274/2012 la Corte di Cassazione si è occupata della vicenda di una coppia all’interno della quale il marito, già da diverso tempo, era andato a vivere con un’altra donna, da cui aveva avuto anche un figlio. Mentre la moglie, nonostante l’irreversibilità della situazione, si era opposta alla separazione sostenendo la mancanza dei presupposti per dichiarare l’intollerabilità della convivenza, essendo disponibile a sopportare la relazione extraconiugale del marito, quest’ultimo adduceva come prova dell’impossibilità a proseguire la convivenza proprio il fatto di aver tradito la moglie.

Ora, la Suprema Corte ha stabilito che in materia di separazione nessuna differenza sussiste tra coniuge colpevole o incolpevole, per cui anche il primo può chiedere la separazione, affermando che proprio il suo comportamento, rendendo manifesta la disaffezione per la vita matrimoniale, ha condotto all’intollerabilità della prosecuzione della convivenza.

Secondo la sentenza N. 7773/2012 non può non tenersi conto, in assenza di altre indicazioni sul punto, della preferenza espressa dal minore nella scelta del genitore presso il quale collocarsi, soprattutto se il minore è più vicino alla maggiore età e, pertanto, maggiormente consapevole nel valutare le proprie esigenze esistenziali ed affettive. Del resto, l’audizione del minore ultradodicenne da parte del Giudice è prevista dall’art. 155 sexies c.c. al fine di consentire la presenza in giudizio dei figli, in quanto parti sostanziali del procedimento. Pertanto, si impone certamente che, nell’interesse del minore, degli esiti di tale ascolto si tenga effettivo conto in sede di collocazione dello stesso presso uno dei genitori.

Quanto alla determinazione della misura del contributo al mantenimento, con la sentenza N. 4571/2012 la Suprema Corte ha stabilito che può farsi luogo alla riduzione dell’assegno di mantenimento a favore della moglie la quale, pur disoccupata, sia in possesso di una qualifica professionale. Nella valutazione ponderata della situazione reddituale di entrambi i coniugi, infatti, il possesso di una qualifica professionale va intesa come potenziale capacità di produrre reddito, della quale occorre, pertanto, tener conto in sede di regolamentazione dei rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Sempre a proposito della determinazione dell’ammontare dell’assegno in sede di separazione, si segnala la sentenza N. 312/2012 con cui il Tribunale di Ascoli Piceno ha condannato il marito al versamento di un assegno mensile pari ad euro 1.100 in favore della moglie, pure titolare di reddito, e della figlia minorenne, pur avendo egli dimostrato, attraverso la produzione di idonea documentazione fiscale, di godere di un reddito mensile pari ad euro 1.000 (!). Il Giudicante ha argomentato nel senso che, da un lato, a causa dell’età, la moglie non può contare su margini di miglioramento della propria attività lavorativa e, quindi, della propria condizione economica, laddove, dall’altro, il reddito documentato dal marito non appare credibile, se rapportato al tenore di vita condotto dalla coppia in costanza di matrimonio. Proprio tale tenore di vita, che il marito è tenuto a garantire alla moglie separata, indurrebbe a ritenere la sussistenza di capacità patrimoniali maggiori in capo allo stesso.