Affido condiviso, rimborso spese straordinarie, addebito nella separazione - giurisprudenza

Con la sentenza N. 10174/2012 la Corte di Cassazione ha ribadito che la parità genitoriale costituisce il fondamento dell’affido condiviso, nell’ambito del quale i genitori hanno lo stesso potere e peso decisionale e le stesse responsabilità. Ne consegue che, qualora una decisione importante per il futuro del minore sia stata assunta unilateralmente, le spese conseguenti dovranno essere affrontate in toto da quel genitore che non abbia coinvolto l’altro nel processo decisionale. La Corte ha, pertanto, ritenuto legittimo il comportamento del padre che, a fronte della scelta unilaterale della madre di avviare il comune figlio ad una scuola privata, si era rifiutato di rimborsarle il costo della retta nonché le spese per la divisa scolastica e per i libri, sul presupposto di non essere stato preventivamente consultato e, quindi, di non essere stato posto nella condizione di pronunciarsi in merito all’opportunità di tale scelta. La massima sottolinea, ancora una volta, la necessità della collaborazione tra genitori nell’interesse della prole, collaborazione che, nella prassi, può sollecitarsi mediante l’impiego della formula secondo la quale “le spese straordinarie devono essere preventivamente concordate e comunque giustificate”.

Recentemente la Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere sulla pronuncia di addebito della separazione nei confronti di un marito il quale per lungo tempo aveva posto in essere una condotta, consistente nella assidua frequentazione di una donna diversa dalla moglie, che purtuttavia non era sfociata in una relazione extraconiugale. Ebbene, con la sentenza N. 17195/2012 la Corte ha ritenuto addebitabile la colpa della separazione all’ “adultero apparente” , il cui agire, pur in assenza della consumazione di rapporti sessuali, è stato giudicato di gravità tale da mettere comunque a repentaglio il rapporto coniugale. Il marito aveva, difatti, colpevolmente dato origine ad una situazione che, travalicando i limiti di una tollerabile amicizia, era andata a minare alla radice la sopravvivenza della famiglia, determinando senz’altro l’impossibilità, per la moglie, di proseguire la convivenza.

La Suprema Corte è tornata ancora a pronunciarsi sull’addebito di colpa con una sentenza, la N. 18175/2012, dalla quale possono trarsi dettami fondamentali anche in materia di mantenimento del coniuge. Come risaputo, l’eventuale attribuzione della colpa della fine del matrimonio non può fondarsi unicamente su una mera violazione dei doveri coniugali, essendo imprescindibile che la violazione debba essere stata di portata tale da assumere efficacia causale nella determinazione della crisi coniugale. La stabile relazione extraconiugale, ad es., potrà essere sufficiente a giustificare l’addebito sempre che emerga il nesso causale tra infedeltà e crisi della coppia, ciò che deve accertarsi attraverso un esame rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi. Qualora, viceversa, risultasse che la crisi era già in atto e che la convivenza era ormai meramente formale, non si farà luogo alla pronuncia di addebito. Ciò premesso, la Corte ha altresì chiarito che alla pronuncia non consegue automaticamente la condanna al mantenimento del coniuge incolpevole: in tale ottica rileva, pur sempre, la mancanza di adeguati redditi propri che consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, nonché la disparità economica tra i coniugi. Nello specifico, il Giudice di legittimità non ha ritenuto sussistente la disparità di redditi sulla base della sola circostanza che il reddito di impresa della moglie fosse fluttuante, e quindi incerto, laddove il reddito da lavoro dipendente del marito è sempre certo.