Azione revocatoria e contratto preliminare. Commento alla sentenza Cass. 1 settembre 2011, n. 17995

In tema di azione revocatoria fallimentare è intervenuta una recente pronuncia della Corte di Cassazione sez. I, sentenza 01.09.2011 n° 17995, che affronta la particolare questione del rapporto tra contratto preliminare ed azione revocatoria e, nello specifico, risolve il problema relativo a quale dei due atti debba essere assoggettato alla relativa azione.

La tematica assume importanti riflessi pratici nell’ambito dell’attività svolta dal Curatore Fallimentare, in particolare nell’individuazione dei presupposti di legge per l’esercizio dell’azione revocatoria  ex art. 67 L.F.

La soluzione prospettata dalla Corte di Cassazione è stata quella di ritenere assorbente e prevalente, quanto agli effetti giuridici, il contratto definitivo rispetto al contratto preliminare.

Infatti i giudici di legittimità hanno affermato che “dal consolidato indirizzo giurisprudenziale di legittimità e di merito secondo cui, nel caso di revocatoria fallimentare di una compravendita stipulata in adempimento di un contratto preliminare, l'accertamento dei presupposti dell'azione va compiuto con riferimento alla data del contratto definitivo".

Tale pronuncia si colloca nel solco dell’orientamento giurisprudenziale che interpreta la sequenza “contratto preliminare-contratto definitivo” come attuazione  di un unitario e complesso meccanismo giuridico.

In tal senso la Corte di Cassazione ha evidenziato, con costante frequenza nei recenti arresti, che al contratto preliminare possono essere sottesi esclusivamente effetti obbligatori, seppur con l’eccezione di clausole che consentono alle parti di anticipare gli effetti traslativi del diritto dedotto nel contratto. È l’ipotesi del contratto preliminare ad effetti cd. (reali) anticipati, che la giurisprudenza di merito ha interpretato, con una recente sentenza a sezioni unite (sentenza 27.3.2008 n.7930), quale espressione di due distinti contratti, tra loro collegati, il contratto di mutuo gratuito, relativamente al pagamento anticipato del prezzo, ed il contratto di comodato, quanto alla consegna anticipata del bene.

È pur vero che la giurisprudenza di merito e di legittimità sono ferme nel ritenere che l’effetto traslativo del diritto è da ricondursi all’esecuzione del contratto preliminare, ovvero alla stipula del contratto definitivo, che diviene la fonte dei rapporti giuridici tra i contraenti.

Effettuata questa premessa sul rapporto tra contratto preliminare e contratto definitivo, si intende concentrare l’attenzione sul nucleo centrale della recente pronuncia della Corte di Cassazione: la revocatoria fallimentare avente ad oggetto due contratti stipulati l’uno in esecuzione dell’altro, ovvero il contratto definitivo in attuazione di quanto previsto nel contratto preliminare.

L’importanza dell’arresto della Corte di Cassazione si rinviene sul piano operativo: colui che agisce in revocatoria ex art.67 L.F. dovrà valutare se ricorrono i presupposti  in ordine al contratto definitivo e non a quello preliminare.

Nel caso di specie si trattava di un contratto di compravendita di un opificio stipulato in data anteriore al fallimento e ricompreso nel periodo di cui all’art.67, comma 1, L.F., quindi soggetto a revocatoria fallimentare.

La domanda di revoca del presente atto di alienazione, avanzata dalla curatela fallimentare, era stata accolta dal Tribunale. Avverso tale provvedimento il soccombente ha presentato l’appello, che si è concluso con una sentenza di rigetto del gravame e nello specifico la Corte d’appello ha dichiarato : “nel caso di revocatoria fallimentare di una compravendita stipulata in adempimento di un contratto preliminare, l'accertamento dei presupposti dell'azione va compiuto con riferimento alla data del contratto definitivo, con il quale il bene, uscendo dal patrimonio del fallito, è sottratto alla garanzia dei creditori”.

Dunque è in relazione a tale momento che il Curatore Fallimentare dovrà rapportarsi per individuare i presupposti dell’azione di revoca dell’atto di alienazione. Ne deriva che laddove gli stessi non sono sussistenti al momento del contratto preliminare, ciò non sarà sufficiente a ritenere l’atto non revocabile. Infatti, laddove tali presupposti ricorrano al momento della stipula del contratto definitivo, l’atto dovrà ritenersi revocabile ai sensi dell’art.67 L.F.

L’assunto della Corte d’Appello è stato confermato dai Giudici della Corte di Cassazione, che hanno rigettato il motivo di censura della sentenza di secondo grado avanzato dalla parte soccombente. La stessa sollevava le seguenti censure:

  • violazione e falsa applicazione degli artt. artt. 112 c.p.c., 67, L.F. 1362,1363, 1470 c.c.;
  • vizio di motivazione della sentenza in ordine ad un punto decisivo della controversia, ovvero la  natura di contratto definitivo da attribuire all’accordo stipulato dalle parti, con la conseguente impossibilità di agire in revocatoria avverso lo stesso, in quanto non stipulato nel periodo sospetto ex art. 67, comma 1, L.F.

La Corte di Cassazione ha condiviso l’interpretazione data dai giudici di secondo grado ed ha confermato l’interpretazione sulla natura meramente obbligatoria del compromesso stipulato tra le parti. Si è ritenuto che l’effetto traslativo del diritto di proprietà sul bene deve ricondursi ad un successivo contratto, quello definitivo, che è stato stipulato nel “periodo sospetto” rispetto alla dichiarazione di fallimento. Dunque lo stesso è revocabile secondo i parametri definiti dalla Legge Fallimentare.